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lunedì 13 luglio 2009

Pd, Grillo si candida alle primarie "Offro un'alternativa al nulla"


Una sinistra senza programmi, inciucista, radicata solo nello sfruttamento delle amministrazioni locali.



GENOVA - E' "una cosa serissima. Mi iscrivo al partito e raccoglierò tutte le 2000 firme". Altro che boutade da comico. Beppe Grillo prima lo annuncia sul suo blog. E poi lo conferma: la decisione di candidarsi alle primarie del Partito democratico non è affatto una provocazione. Ma una scelta politica ben precisa. Vuole essere il quarto candidato dopo Dario Franceschini, Pierluigi Bersani e Ignazio Marino: "Partecipo per rifondare un movimento che ha tolto ogni speranza di opposizione a questo Paese, per offrire un'alternativa al nulla", scrive Grillo sul suo blog. Tutto il Pd gli chiude la porta. Fassino: "Non è una cosa seria". Laconico Marino: "E' una buona notizia, abbiamo un tesserato in più". "Dopo Berlinguer il vuoto". L'annuncio è stato diffuso da alcuni suoi sostenitori anche su Facebook e sta raccogliendo già adesioni e commenti. "Il 25 ottobre ci saranno le primarie del 'Pdmenoelle'. Voterà - scrive tra le altre cose Grillo - ogni potenziale elettore. Chi otterrà più voti potrà diventare il successore di gente del calibro di Franceschini, Fassino e Veltroni. Io mi candiderò. Dalla morte di Enrico Berlinguer nella sinistra c'è il vuoto. Un vuoto di idee, di proposte, di coraggio, di uomini. Una sinistra senza programmi, inciucista, radicata solo nello sfruttamento delle amministrazioni locali. Muta di fronte alla militarizzazione di Vicenza e all'introduzione delle centrali nucleari. Alfiere di inceneritori e della privatizzazione dell'acqua. Un mostro politico, nato dalla sinistra e finito in Vaticano". Il programma. Sul suo sito Grillo parla anche del programma. "Sarà quello dei Comuni a Cinque Stelle a livello nazionale, la restituzione della dignità alla Repubblica con l'applicazione delle leggi popolari di 'Parlamento Pulito' e un'informazione libera con il ritiro delle concessioni televisive di Stato ad ogni soggetto politico, a partire da Silvio Berlusconi". "Temi troppo duri - conclude Grillo sul suo blog - per le delicate orecchie di un Rutelli e di un Chiamparino. Ci sono milioni di elettori del 'PDmenoelle' che vorrebbero avere un 'PDcinquestelle'. Con questo apparato non hanno alcuna speranza. Il 'PDmenoelle' è l'assicurazione sulla vita di Berlusconi, è arrivato il momento di non rinnovare più la polizza. Arrivederci al 25 ottobre!". Il "bad Pd". L'annuncio sul blog trova conferma nelle parole dello stesso Grillo. Che spiega: "Facciamo il 'bad Pd' e il 'good Pd', come le bad company e le good company, come l'Alitalia. Mi sono deciso perché ci sono tantissimi giovani che condividono le cose che faccio, le proposte e le idee che porto avanti, anche la Debora Serracchiani ha spiegato che era d'accordo con me su un sacco di cose, anche se poi non se ne è più parlato". "Voglio andare al congresso - insiste - a parlare ai giovani del Pd, spiegare loro le nostre proposte e capire se le condividono: sono le idee delle energie rinnovabili, della mobilità eco-compatibile, del wi-fi libero e gratuito, della raccolta differenziata porta a porta. Sono idee, non ideologie". Le reazioni. L'area organizzazione del Pd rilascia un comunicato "tecnico", specificando che il candidato deve essere iscritto al partito. Dalla Festa del Pd di Roma è duro Piero Fassino: "Grillo non è iscritto al Pd e lo ha attaccato di continuo. La sua candidatura è un boutade un po' provocatoria e non c'è alcuna ragione per considerarla una cosa seria. Bisogna vedere se noi accettiamo la sua iscrizione al partito e non penso che si possa accettare. Per correre per la segreteria non basta l'iscrizione, perchè qualsiasi associazione al mondo non accetta chi aderisce in modo strumentale ma ritiene che ogni adesione debba essere vera e sincera ai valori e allo finalità del Partito. Per me la cosa finisce qua". Mario Adinolfi, in corsa alle primarie anche questa volta, dichiara: "Ben venga Grillo, se fa politica. I burocrati non impediscano la sua candidatura". Marco Travaglio definisce la candidatura "la notizia più divertente del decennio". "Quando ci provarono Di Pietro o Pannella, i dirigenti del Pd trovarono non so quale geroglifico per escluderli". Giorgio Merlo (Pd) si chiede ironicamente se Grillo "farà comizi gratuiti o a pagamento". Per il leader dell'Idv Antonio Di Pietro "La candidatura di Grillo a segretario del Pd è una gran bella notizia. Così anche noi dell'Italia dei Valori potremo avere interlocutori ai quali non fa schifo dialogare con la nostra forza politica, salvo poi cercare voti al momento delle elezioni come pretendono i notabili del Pd". Mentre Fausto Raciti, presidente nazionale dei giovani Pd, parafrasando "un motto molto in voga nel '68", si rivolge a Grillo annunciando che "uno sbadiglio lo seppellirà".

FONTE:LAREPUBBLICA.IT

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sabato 11 luglio 2009

Stupratore Roma, Marino attacca"Nel Pd enorme questione morale"

FONTE: LA REPUBBLICA.IT

ROMA - Torna l'attenzione sulla questione morale nel centrosinistra dopo l'arresto di Luigi Bianchini, già coordinatore di un circolo del Pd di Roma e accusato di essere l'autore di diversi stupri nella capitale. E' Ignazio Marino, candidato alle primarie del partito, a sollevare pesanti obiezioni sui criteri di selezione dei dirigenti locali. Obiezioni che non piacciono a Dario Franceschini: "Da segretario ho il dovere di respingerle. Offende migliaia di iscritti". "Nel Pd enorme questione morale". "Trovo davvero incredibile - osserva Marino - che un criminale che già tredici anni fa era stato coinvolto in odiosi reati di violenza sessuale possa essere arrivato a coordinare un circolo del Pd". Questo proverebbe "che nel Pd abbiamo una questione morale grande come una montagna, che non può essere ignorata né sottovalutata". "Coordinatori imposti dalle logiche delle correnti". Il senatore si interroga sui criteri con cui vengono individuati i coordinatori dei circoli. "E' chiaro che non sono scelti liberamente ma imposti - dice - per rispondere agli equilibri delle correnti e senza nemmeno sapere chi siano queste persone, che cosa hanno fatto nella loro vita, se siano davvero in grado di guidare un circolo, anche dal punto di vista morale. Ma cosa dobbiamo ancora aspettarci?". "Applicare rigide regole". "Da presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul Servizio sanitario nazionale del Senato - continua Marino - ho preteso già un anno fa che tutti i possibili consulenti che offrivano la loro collaborazione presentassero il certificato del casellario giudiziario, e ho imposto un controllo ferreo per evitare il rischio di inserire nella squadra nomi che non fossero specchiati. Oggi, nel formare la squadra per le primarie, applico le stesse rigide regole". "Stesso rigore in Campania". Le considerazioni sull'arresto di Bianchini forniscono a Marino l'occasione per esprimere preoccupazione anche su un altro aspetto che riguarda "il tesseramento gonfiato di Napoli e della Campania": "Mi rivolgo agli altri candidati alla posizione di segretario del Pd, non accettiamo una gara con i trucchi e le furbizie. Mi auguro che Franceschini e Bersani dichiarino, come faccio io, di rifiutare il sostegno di persone o gruppi che non siano sinceramente interessati a costruire un nuovo partito e che abbiamo preso la tessera del Pd in maniera non legittima". Franceschini: "Parole da respingere". Respinge le parole di Marino il segretario del partito, Dario Franceschini. Perché "una cosa è il dibattito congressuale tra candidati e anche la comprensibile tentazione di far accendere i riflettori. Un'altra è utilizzare un episodio oscuro e terribile, il caso di una persona con una doppia vita, invisibile a tutti quelli che lo hanno frequentato nel lavoro e nelle amicizie, per parlare di questione morale nel Pd". Le parole di Marino, inoltre, secondo Franceschini, "offendono migliaia di coordinatori di circolo e di quadri del partito, centinaia di migliaia di iscritti. Persone che credono in una battaglia civile e politica, che si impegnano ogni giorno con entusiasmo e che non meritano di essere trascinate in una presunta questione morale, originata da una drammatica storia individuale". Bersani: "Neanche il peggiore avversario...". Si dice "davvero dispiaciuto per le dichiarazioni" di Marino Pier Luigi Bersani, l'altro candidato - con l'attuale segretario Francescjhini - alle primarie per la guida del Pd. "Cose del genere - commenta - non le pensa di noi il nostro peggiore avversario". Contesta le parole di Marino anche l'ex presidente della Provincia di Milano, il diessino Filippo Penati: "Chi si candida alla segreteria deve costruire e non distruggere, e non dovrebbe usare in maniera strumentale casi drammatici come questo, facendo assurdi accostamenti con la questione morale". Gli fa eco la vicepresidente della Camera, Rosy Bindi: "Marino si presenta come il campione della laicità, in realtà è solo il campione della strumentalizzazione. Non serve altro per dimostrare che non ha né il cuore né l'intelligenza per dirigere un grande partito come il Pd". "Non facciamoci male con le nostre mani" dice il vicepresidente dei senatori Pd, Luigi Zanda, il quale sottolinea che l'uomo arrestato "conduceva evidentemente una doppia vita, e aveva ingannato decine e decine di persone con le quali aveva contatti quotidiani", e afferma di non poter condividere "la conclusione del mio amico Ignazio Marino che da questo arresto deduce la presenza nel Pd di una questione morale grande come una montagna".

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Talarico (UDC) su Loiero e parti sociali: “I cittadini vogliono azioni concrete e non dichiarazioni, “trionfalistiche e roboanti”.


Reggio Calabria 11.07.2009.“Più che patti di concertazione, contro gli effetti devastanti della crisi economica i cittadini, i professionisti, gli imprenditori e le famiglie calabresi si aspettano da tanto, troppo tempo, decisioni operative, interventi, azioni concrete”.



E’ quanto afferma Francesco Talarico, segretario dell’UDC in Calabria e consigliere regionale a Palazzo Campanella, rispondendo alle dichiarazioni, che definisce “trionfalistiche e roboanti”, del presidente della Giunta, Agazio Loiero.
“Non so se – aggiunge Talarico – tutti i sindacalisti, gli imprenditori e i rappresentanti delle altre parti sociali si sono davvero spellati le mani nell’applaudirlo, come sostiene il governatore, e hanno fatto a gara nelle lodi e negli apprezzamenti della sua politica”. “Quel che è certo – continua l’esponente del partito di Pierferdinando Casini – è che le imprese e le famiglie calabresi esigono dalla Regione azioni di governo rapide ed efficaci. Non è più possibile dilazionare né chiamare in causa responsabilità altrui quando – denuncia Talarico – da questa giunta non viene speso neanche un euro dei fondi della nuova programmazione 2007-2013”.
“E’ ormai scaduto il tempo delle analisi e degli studi – conclude l’esponente politico dell’UDC –. Lo scaricabarile non funziona più. Chi ha responsabilità di governo deve governare. Soprattutto di questo, tra otto mesi, Loiero dovrà rendere conto agli elettori calabresi”.Reggio Calabria 11.07.2009L’Ufficio Stampa


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Se questo è un partito


FoNte: LA REPUBBLICA.IT



Due considerazioni a margine del congresso del Partito Democratico prima che avvii il suo percorso. La prima riguarda le regole, le procedure. Non sono soltanto complicate. Ma incomprensibilmente affastellate. Ammucchiano idee, tradizioni e visioni contrastanti e incoerenti. Riassumendo in breve (in base a quel che, personalmente, abbiamo compreso; non necessariamente in modo corretto). In prima battuta votano coloro che risulteranno iscritti al PD alla data del 21 luglio. A livello di circolo e di provincia, eleggeranno i delegati alla Convenzione nazionale (altro neologismo coniato per affinità alle Convention dei partiti americani, dove però si scelgono i candidati alle presidenziali). Una mega-assemblea di oltre 1000 persone che, l'11 ottobre esprimerà l'Assemblea Nazionale. Un organo più o meno della stessa misura, e quindi, possiamo immaginare, largamente coincidente con la Convenzione. La quale, inoltre, designerà i tre candidati segretari più votati. Se non dovessero esserci novità, dunque, tutti quelli che si sono fatti avanti finora. Franceschini, Bersani e Marino. I quali verranno sottoposti, a quel punto, al voto delle primarie. Che si dovrebbero svolgere il 25 ottobre. Alle primarie, però, voteranno non gli iscritti ma tutti coloro che si definiranno elettori (possibili) del PD. A questo punto, il candidato che otterrà più voti, o meglio più "delegati alle liste ad esso collegate", verrà confermato anche dall'Assemblea. A condizione che abbia ottenuto la maggioranza "assoluta" dei voti e quindi dei delegati. Altrimenti sarà l'Assemblea stessa a scegliere, mediante un ballottaggio fra i due candidati più votati. In questo caso, non mi interessa entrare nel merito del tracciato contorto disegnato dal PD per individuare il suo segretario. Piuttosto, mi sorprende, a dir poco, il mostro che disegna. Un collage - un po' sgangherato - che pretende di assemblare modelli di partito e principi di legittimità diversi. Eterogenei. Contrastanti. I congressi di sezione e di provincia, aperti agli iscritti. Richiamano il tradizionale partito di membership. Fondato, cioè, sull'appartenenza, sull'identità, sugli apparati. In qualche misura: i tradizionali partiti di massa o comunque di integrazione sociale. Comunità politiche e non solo. La Convenzione e le successive primarie allargate agli elettori (possibili) evocano, invece, apertamente, il modello americano. Anche se in modo rovesciato. Visto che negli Usa la "convention" avviene a conclusione delle primarie. E viceversa. Il ritorno all'Assemblea (subentrata alla Convenzione) nel caso che nessuno ottenga la maggioranza assoluta dei voti (e dei delegati) restituisce, infine, il ruolo decisivo agli iscritti. O meglio: ai gruppi dirigenti da loro espressi. E dunque: al partito d'apparato. Dove i gruppi dirigenti prevalgono sugli iscritti oltre che sulla società. Tanto che possono mettersi d'accordo fino a rovesciare, se necessario, anche il responso degli elettori. (Come avverrebbe se i due candidati meno votati alle primarie facessero convergere i voti su uno di loro). Una collezione di pezzi incoerenti che non possono produrre un collage. (Ma una specie di Frankenstein, verrebbe da dire, per usare un paragone estremo). Perché provengono da tradizioni politiche, storiche, culturali reciprocamente estranee e alternative. La seconda considerazione si riferisce direttamente ai candidati leader. Anche qui, non m'interessa entrare nel merito (per ora, almeno). Ma è difficile immaginare un partito dove si confrontano prospettive così diverse. Prendiamo i due candidati più accreditati (sulla carta): Franceschini e Bersani. Il primo ha in mente un modello di partito "esclusivo", post-veltroniano. In grado di attrarre gli elettori dentro i suoi confini. In una prospettiva bipartitica. L'altro ha in mente l'Unione. Alleanza tra partiti profondamente distinti. Una prospettiva non tanto post-prodiana. Perché Prodi, e Parisi, vedevano, comunque, nell'Unione un passaggio verso l'Ulivo. (Una DC di centrosinistra). Parte di un orizzonte maggioritario. Invece, si tratta della riproposizione dell'idea d'alemiana ( e cossighiana) del centro-sinistra. Intesa tra forze diverse, distinte, che mantengono ciascuna la propria specificità. Chiunque fra i candidati prevalga, definirà non un'alternativa rispetto al progetto dell'avversario. Ma un altro partito. Poi, c'è l'intorno. Le tensioni e le polemiche fra i leader del PD. Più o meno i soliti. D'Alema, Veltroni, Marini, Rutelli, Parisi, Fassino. Quelli che stanno dentro al partito - parlamentari e dirigenti centrali e locali - parlano di tensioni violente. Di pressioni molto forti. Che riguardano, però, non i valori, i progetti, le idee, le parole della politica. La costruzione di un Alfabeto Democratico. Ma, appunto, i modelli organizzativi, le alleanze, le aggregazioni centrali e locali. Da ciò il dubbio, il "mio" dubbio: se sia possibile costruire, in questo modo, un partito. Oppure se, dopo 15 anni di percorso unitario, dopo due anni appena dall'avvio del Partito Democratico, non ci si troverà di nuovo di fronte a un soggetto politico incoerente, disorganico, senza identità. Senza appigli comuni. E senza leader in grado di riassumerlo. Perché chiunque vinca ci sarà subito qualcuno - molti - al lavoro per sostituirlo e prima delegittimarlo, sputtanarlo, indebolirlo. D'altra parte, nessun congresso può costruire una leadership se non c'è la volontà e la disponibilità dei diversi leader ad accettarla. Oppure, se nessun leader è in grado di imporsi agli altri. Per autorevolezza, carisma, diplomazia, ricchezza, potere personale, sostegno lobbistico, retorica, immagine. Gli altri partiti, dal PdL alla Lega all'Italia dei Valori, non hanno avuto bisogno di congressi per creare un leader. Semmai, è vero il contrario. Il PD, però, nasce da una tradizione democratica e partecipativa. E la sua leadership è destinata a nascere allo stesso modo (anche se fino ad oggi si è sempre seguito un percorso plebiscitario). Ma la democrazia e la partecipazione da sole non sono in grado di creare un leader e neppure un partito. Perché la democrazia è competizione: aperta, libera e partecipata. Fra leader e partiti. Il male del PD è che, per ora, non è un partito e non ha un leader. Ma questo congresso, per come si annuncia, più che una terapia sembra una diagnosi. Il PD ha davanti a sé tre mesi e mezzo per rimediare. Dopo, temo, sarà troppo tardi. Anche per tornare indietro. (10 luglio 2009)

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Il Pd è già rotto, ecco chi raccoglierà i cocci


Resisterà il Pd alla scossa invernale? Due leadership deboli si confrontano con modelli di partito alternativi mentre si torna a parlare di scissioni, al plurale, e Casini ma soprattutto Di Pietro aspettano di ereditare frange dei democrats. Le voci di dentro parlano dei progetti dei vincitori ma soprattutto delle mosse dei perdenti. Apparentemente la macchina del congresso si è messa in moto senza sorprese ma sta già rivelando profonde spaccature. Bersani ha messo assieme tutti i Ds, tranne Fassino, ed esibisce come trofei trasversali Rosy Bindi, Enrico Letta e Marco Follini. Franceschini ha fondato una riedizione del Correntone con gli ex popolari di Fioroni e Marini, i veltroniani e i rutelliani. Il terzo candidato, Ignazio Marino sulla carta sarà il perdente di successo ma può contare sulla componente «laica» e sui «quarantenni».
Lo scontro, in pochi giorni, è già diventato incandescente. Il segretario uscente, con una certa sfrontataggine, si presenta come il nuovo contro il vecchio. Bersani, invece, fa appello ai nostalgici del partito degli iscritti e pensa a un modello organizzativo simile ad una bocciofila. Di Marino si sa poco, ma poco si deve sapere visto che il terzo uomo conta di raccogliere suffragi fra gli scontenti dell’una e dell'altra parte. Ad accendere le polveri ci ha pensato Massimo D’Alema che, sparando ad alzo zero contro la segreteria Franceschini, sogna un partito che metta la parola fine al nuovismo e soprattutto al veltronismo. Dopo l’intervento dell'ex premier molti nel Pd pensano che il congresso non deciderà solo il vincitore ma stabilirà anche quanti partiti nasceranno al termine dell’assise. Ecco perché si torna a parlare di scissione. L’area di sofferenza nel Pd è molto estesa. Gli scenari sono inquietanti. Il primo scenario prevede una larga vittoria di Bersani. L’ex ministro può godere dell’appoggio di molte organizzazioni periferiche e anche le deboli federazioni del Nord possono preferire lui a un Franceschini che sembra appesantito dalla burocrazia politica romana. Una vittoria larga di Bersani creerebbe un problema molto serio ad almeno tre componenti del Pd. In primo luogo ai veltroniani. È difficile immaginare che questa area che ha fatto del nuovismo e del partito leggero la propria bandiera possa accettare quello che reputerà un vero balzo all’indietro. L’idiosincrasia fra dalemiani e veltroniani, che accompagna e sopravanza quella fra i due leader, rende per molti veltroniani inverosimile una convivenza nello stesso partito diretto da Bersani. Malgrado il silenzio di Prodi c’è, inoltre, una buona parte della componente legata all’ex capo dell’Ulivo che si sentirebbe a disagio in un partito in cui D’Alema fosse il dominus. Stesso atteggiamento lo avrebbero i rutelliani che temono che un Pd versione Bersani diventi una specie di socialdemocrazia camuffata.Il secondo scenario, in verità al momento improbabile, è quello di una vittoria congressuale di Franceschini. Sarebbero in questo caso i dalemiani a non accettare la convivenza con una leadership movimentista che li spingerebbe a valutare l’ipotesi di una nuova alleanza con la sinistra dispersa di Nencini e Vendola per dar vita a un partito più schiettamente di sinistra.
Il terzo scenario prevede il pareggio fra Franceschini e Bersani. Un pareggio al congresso, cioè nel caso in cui i due candidati raggiungessero pressoché la stessa percentuale di voti degli iscritti, o un pareggio nell’ipotesi di un congresso vinto da Bersani e di primarie vinte da Franceschini. In questo caso il Pd vivrebbe una situazione di blocco strutturale con le due parti costrette a trattare una convivenza difficile in attesa di una nuova resa dei conti.

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Calabria, Abbazia florense: politica e società civile vogliono le dimissioni del sindaco di San Giovanni in Fiore (pd)


Mario Oliverio, presidente della Provincia di Cosenza originario di San Giovanni in Fiore, ha recentemente dichiarato alla stampa di non sapere nulla della vicenda dell’Abbazia florense




In un manifesto pubblico, Italia dei Valori, il laboratorio culturale antimafia “la Voce di Fiore”, un comitato civico e i consiglieri comunali d’opposizione Marco Militerno (Vattimo per la città), Antonio Barile (Pdl), Luigi Astorino (Pdl), Angelo Gentile (Socialisti di Zavettieri) e Franco Spina Iaconis (Movimento disoccupati) chiedono le dimissioni del sindaco e della giunta di San Giovanni in Fiore (Cosenza), dopo il sequestro, da parte della Procura della Repubblica di Cosenza, dell’ala est e sud dell’Abbazia florense, risalente al 1200 e legata all’opera del monaco e profeta Gioacchino da Fiore, citato da Barack Obama nella campagna elettorale per il governo degli Usa.
Il monumento è in restauro, finanziato dall’Unione europea per 1.490.000 euro, dall’agosto 2007, poi sospeso per ordine della Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio di Cosenza (Sbap).
L’appaltatore ha denunciato ai carabinieri e all’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici l’attivazione di un presunto «sistema di furberie» da parte del Comune di San Giovanni in Fiore, che a suo avviso avrebbe assegnato illegittimamente la progettazione e direzione delle opere ammesse a finanziamento. In proposito, i deputati Angela Napoli (Pdl) e Franco Laratta (Pd), hanno presentato al ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, due distinte interrogazioni parlamentari.La Procura di Cosenza ha disposto il sequestro preventivo del monumento sulla base di una perizia del prof. Francesco Bencardino, dell’Università della Calabria, da cui emergono lesioni e problemi di stabilità e sicurezza, confermati da un sopralluogo dei carabinieri del Nucleo di tutela e conservazione del patrimonio artistico e culturale di Cosenza e da una relazione della stessa Sbap del capoluogo di provincia calabrese. I militari hanno denunciato per danneggiamento il responsabile unico del procedimento e i tre direttori dei lavori.
I firmatari del manifesto pubblico sostengono che l’iter del progetto di restauro e la gestione politica e amministrativa dello stesso hanno portato a gravi danni al monumento e alla figura di Gioacchino da Fiore, che Dante Alighieri definisce «di spirito profetico dotato» nel Paradiso della Divina Commedia.
A favore dell’Abbazia florense si erano pronunciati Marcello Veneziani, Vittorio Sgarbi, Salvatore Borsellino, Gianni Vattimo, Luigi De Magistris, Cosimo Damiano Fonseca, Mauro Minervino, Beppe Grillo e Rosanna Scopelliti.
La Regione Calabria ha sospeso il finanziamento europeo in questione e il presidente del consiglio comunale di San Giovanni in Fiore ha negato un consiglio sull’argomento richiesto dalla minoranza.
Per questi motivi, scrivono i firmatari del manifesto, «il sindaco e la giunta rimettano il mandato». Napoli e Laratta sono del parere che i responsabili debbano pagare. La parlamentare del Pdl, in un comunicato stampa, ha condannato «l’atteggiamento pilatesco» del comune calabrese; mentre Mario Oliverio, presidente della Provincia di Cosenza originario di San Giovanni in Fiore, ha recentemente dichiarato alla stampa di non sapere nulla della vicenda dell’Abbazia florense.
Fonte: La voce di Fiore

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Calabria, Abbazia florense: si dimettano sindaco di San Giovanni in Fiore, governatore regionale e vertici delle Soprintendenze


Lo dice Paride Leporace, direttore di "Il Quotidiano della Basilicata"

venerdì 10 luglio 2009.



(Nella foto, Paride Leporace, ndr) Sono al vostro fianco per la battaglia sull’abbazia. Basta. Uno scempio anche per uno dei luoghi simbolici della Calabria nel mondo. Enrico Letta scrive un libro sul fatto che la politica deve tornare ad edificare Cattedrali e in Calabria le distruggiamo. Mi associo alla proposta di dimissioni del sindaco e della giunta di San Giovanni in Fiore. Ma devono dimettersi anche Loiero che nei suoi giri elettorali si è dimenticato di questa questione e i vertici della Soprintendenza per non aver vigilato. Agli amici de La Voce di Fiore regalo questo significativo scritto del mio amico Paolo Albano.
Paride Leporace, direttore di "Il Quotidiano della Basilicata"

Fonte:Lavocedifiore.org

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