Sono decine di tonnellate equivalenti di petrolio le quantità di energia primaria delle biomasse contenuta nei rifiuti. L'importanza di definizioni e classificazioni chiare per la loro qualificazione energetica.a cura di Angelo Gerli - ITABIA (Associazione Italiana Biomasse
Rifiuti solidi urbani, se legati ai consumi della popolazione
Rifiuti speciali, se derivanti da attività produttive e terziarie, incluse le attività agricole e zootecniche.
Il ruolo che i rifiuti possono assumere a fini energetici risulta evidente ove si consideri il fatto che l'energia potenzialmente ricavabile dai 29 milioni di tonnellate di rifiuti urbani che vengono prodotti annualmente in Italia è stata stimata dell'ordine di grandezza di 7 milioni di MWhe/anno, che corrispondenti a circa il 12% del fabbisogno nazionale di energia elettrica ad uso domestico. In effetti, attualmente gli impianti italiani che utilizzano rifiuti urbani per produrre energia, ne bruciano 2,2÷2,4 milioni di tonnellate all'anno, cioè circa il 7,5% dei rifiuti prodotti, si tratta di quantitativi ancora modesti se confrontati con una media europea di circa il 25%. Più difficile risulta la quantificazione dell'attuale utilizzo energetico derivante dai circa 59 milioni di tonnellate di rifiuti speciali (tabella 2) che annualmente vengono prodotti nel nostro paese; si stima tuttavia che questa cifra sia senz'altro molto significativa.
Tra tutte le risorse energetiche un ruolo primario, almeno da un punto di vista quantitativo, è certamente da riconoscere a quelle potenzialmente ricavabili dai rifiuti, cioè dagli scarti derivanti dalle attività umane. La definizione esatta di rifiuto è, come è noto, oggetto di grande discussione, in particolare a livello di legislazione italiana; ancora più discussa è la "rinnovabilità" che, in linea di principio, non può essere associata all'intero insieme delle sostanze presenti nei rifiuti. Più in particolare poi andrebbe decisamente escluso dall'insieme dei "rifiuti" tutto il materiale vegetale non trattato derivante dalle attività agricole e forestali (biomasse vegetali) che, oltre a non creare impatti rilevanti sull'ambiente, conserva integralmente la caratteristica di fonte rinnovabile. A questo proposito l'attuale normativa italiana, che riprende in parte quella europea, classifica i rifiuti in:
Rifiuti solidi urbani, se legati ai consumi della popolazione
Rifiuti speciali, se derivanti da attività produttive e terziarie, incluse le attività agricole e zootecniche.
Il ruolo che i rifiuti possono assumere a fini energetici risulta evidente ove si consideri il fatto che l'energia potenzialmente ricavabile dai 29 milioni di tonnellate di rifiuti urbani che vengono prodotti annualmente in Italia è stata stimata dell'ordine di grandezza di 7 milioni di MWhe/anno, che corrispondenti a circa il 12% del fabbisogno nazionale di energia elettrica ad uso domestico. In effetti, attualmente gli impianti italiani che utilizzano rifiuti urbani per produrre energia, ne bruciano 2,2÷2,4 milioni di tonnellate all'anno, cioè circa il 7,5% dei rifiuti prodotti, si tratta di quantitativi ancora modesti se confrontati con una media europea di circa il 25%. Più difficile risulta la quantificazione dell'attuale utilizzo energetico derivante dai circa 59 milioni di tonnellate di rifiuti speciali (tabella 2) che annualmente vengono prodotti nel nostro paese; si stima tuttavia che questa cifra sia senz'altro molto significativa.
Il risparmio energetico, in termini di riduzione dell'utilizzo di combustibili fossili, è una motivazione importante a favore del recupero energetico dei rifiuti, ma anche altre esigenze dovrebbero spingere verso questa forma di utilizzo. Il recupero energetico, opportunamente integrato col riciclaggio dei rifiuti finalizzato al recupero di materiali ancora riutilizzabili ed attuato con opportune cautele per la combustione ecologicamente compatibile, permetterebbe di ridurre l'emissione dei gas serra, ed, in generale, dei gas e degli effluenti nocivi per la salute e per l'ambiente; inoltre risulterebbe determinante allo scopo di ottenere la riduzione dei quantitativi di rifiuti destinati al deposito improduttivo, e tendenzialmente dannoso, in discarica.
In sintesi: un sapiente bilanciamento sinergico tra recupero di energia e riciclaggio dei materiali consente di ottimizzare il ciclo di trattamento dei rifiuti, minimizzandone l'impatto ambientale. L'importanza di questa centralità sarà evidenziata dalla manifestazione "Ricicla 2002", in programma a Rimini dal 6 al 9 novembre, da quest'anno affiancata da "Ricicla Energia".
Per analizzare, seppure a grandi linee, le metodologie con le quali possono essere sfruttate le risorse energetiche rinnovabili presenti nei rifiuti, facendo riferimento al contesto italiano, è opportuno considerare separatamente, per omogeneità con il quadro normativo, le situazioni inerenti i rifiuti urbani ed i rifiuti speciali.
Fonte: Elaborazione su dati ENEA-Portici
Il primo impulso allo sviluppo in Italia dei sistemi di incenerimento dei rifiuti per la produzione di energia risale agli anni '70, in concomitanza con la crisi energetica e con il conflitto arabo-israeliano del '73. I piani energetici nazionali di quegli anni e la legge 915 del 1982 sulla gestione dei rifiuti contenevano precise norme per lo sviluppo delle energie cosiddette alternative, ricavabili, in particolare, dai rifiuti.
Questa impostazione centrata essenzialmente sul recupero energetico fu progressivamente superata anche per la sensibilizzazione dell'opinione pubblica a seguito di eventi come l'incidente di Seveso del 1976 che posero il problema dello smaltimento di rifiuti nocivi derivanti da impianti industriali. Da qui, l'impostazione del sistema di recupero energetico dei rifiuti non più in chiave unicamente energetica, ma con l'obiettivo di ottimizzare l'impatto ambientale derivante dall'intero ciclo di gestione dei rifiuti urbani. Ne derivano, da un lato, una particolare attenzione alle raccolte differenziate per intercettare quei flussi di rifiuti dai quali è possibile ricavare materie riutilizzabili, dall'altro lato, la tendenza a "qualificare" i rifiuti da utilizzare come combustibili, nell'intento di ridurne i volumi, salvaguardandone nel contempo il contenuto energetico.
Per quanto riguarda l'utilizzo energetico dei rifiuti solidi urbani si cerca di separare i rifiuti organici umidi da quelli secchi, che possono essere bruciati per produrre energia elettrica, o energia elettrica e calore, normalmente utilizzato in reti di teleriscaldamento. I rifiuti possono anche essere bruciati in impianti di combustione appositamente costruiti, o, più frequentemente, in impianti industriali, che bruciano contemporaneamente combustibili tradizionali e rifiuti. Attualmente in Italia risultano operativi una trentina di impianti "dedicati" a griglia mobile (i più recenti con griglie raffreddate ad acqua) o a letto fluido, ed altri tre dovrebbero entrare in funzione entro il prossimo anno per una capacità globale di combustione di 3 milioni e mezzo di tonnellate di rifiuti all'anno. Un dato indicativo dell'attenzione posta al problema della salvaguardia ambientale riguarda il costo del sistema di depurazione, dell'ordine del 50% o anche più, rispetto al costo dell'intero impianto. Tra gli impianti industriali che bruciano rifiuti urbani pretrattati, di importanza primaria sono i forni delle cementerie. La gestione dei rifiuti urbani secondo i criteri accennati si sta dimostrando utile per modificarne positivamente i risultati che ancora nel 1999 registrava l'invio in discarica del 74,4% dei rifiuti prodotti, e la percentuale rimanente suddivisa tra il 7,2% inviata in impianti "dedicati" per la produzione di energia, il 7,4% recuperato come materia od altro, l'8,1% inviato in impianti di selezione per la preparazione di compost, di frazioni secche, di CDR, il 2,9% utilizzato per la produzione di compost (dati ricavati dal "Rapporto Rifiuti 2001" di ANPA ed ONR). ".


















