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sabato 11 luglio 2009

Il Pd è già rotto, ecco chi raccoglierà i cocci


Resisterà il Pd alla scossa invernale? Due leadership deboli si confrontano con modelli di partito alternativi mentre si torna a parlare di scissioni, al plurale, e Casini ma soprattutto Di Pietro aspettano di ereditare frange dei democrats. Le voci di dentro parlano dei progetti dei vincitori ma soprattutto delle mosse dei perdenti. Apparentemente la macchina del congresso si è messa in moto senza sorprese ma sta già rivelando profonde spaccature. Bersani ha messo assieme tutti i Ds, tranne Fassino, ed esibisce come trofei trasversali Rosy Bindi, Enrico Letta e Marco Follini. Franceschini ha fondato una riedizione del Correntone con gli ex popolari di Fioroni e Marini, i veltroniani e i rutelliani. Il terzo candidato, Ignazio Marino sulla carta sarà il perdente di successo ma può contare sulla componente «laica» e sui «quarantenni».
Lo scontro, in pochi giorni, è già diventato incandescente. Il segretario uscente, con una certa sfrontataggine, si presenta come il nuovo contro il vecchio. Bersani, invece, fa appello ai nostalgici del partito degli iscritti e pensa a un modello organizzativo simile ad una bocciofila. Di Marino si sa poco, ma poco si deve sapere visto che il terzo uomo conta di raccogliere suffragi fra gli scontenti dell’una e dell'altra parte. Ad accendere le polveri ci ha pensato Massimo D’Alema che, sparando ad alzo zero contro la segreteria Franceschini, sogna un partito che metta la parola fine al nuovismo e soprattutto al veltronismo. Dopo l’intervento dell'ex premier molti nel Pd pensano che il congresso non deciderà solo il vincitore ma stabilirà anche quanti partiti nasceranno al termine dell’assise. Ecco perché si torna a parlare di scissione. L’area di sofferenza nel Pd è molto estesa. Gli scenari sono inquietanti. Il primo scenario prevede una larga vittoria di Bersani. L’ex ministro può godere dell’appoggio di molte organizzazioni periferiche e anche le deboli federazioni del Nord possono preferire lui a un Franceschini che sembra appesantito dalla burocrazia politica romana. Una vittoria larga di Bersani creerebbe un problema molto serio ad almeno tre componenti del Pd. In primo luogo ai veltroniani. È difficile immaginare che questa area che ha fatto del nuovismo e del partito leggero la propria bandiera possa accettare quello che reputerà un vero balzo all’indietro. L’idiosincrasia fra dalemiani e veltroniani, che accompagna e sopravanza quella fra i due leader, rende per molti veltroniani inverosimile una convivenza nello stesso partito diretto da Bersani. Malgrado il silenzio di Prodi c’è, inoltre, una buona parte della componente legata all’ex capo dell’Ulivo che si sentirebbe a disagio in un partito in cui D’Alema fosse il dominus. Stesso atteggiamento lo avrebbero i rutelliani che temono che un Pd versione Bersani diventi una specie di socialdemocrazia camuffata.Il secondo scenario, in verità al momento improbabile, è quello di una vittoria congressuale di Franceschini. Sarebbero in questo caso i dalemiani a non accettare la convivenza con una leadership movimentista che li spingerebbe a valutare l’ipotesi di una nuova alleanza con la sinistra dispersa di Nencini e Vendola per dar vita a un partito più schiettamente di sinistra.
Il terzo scenario prevede il pareggio fra Franceschini e Bersani. Un pareggio al congresso, cioè nel caso in cui i due candidati raggiungessero pressoché la stessa percentuale di voti degli iscritti, o un pareggio nell’ipotesi di un congresso vinto da Bersani e di primarie vinte da Franceschini. In questo caso il Pd vivrebbe una situazione di blocco strutturale con le due parti costrette a trattare una convivenza difficile in attesa di una nuova resa dei conti.

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